lunes, 6 de septiembre de 2010

Motocicletta…mi costa una vita

Motocicletta, dieci Hp…mi costa una vita, per niente la darei…Da Battisti alla Repubblica di San Marino dove morire a soli 19 anni, ma facendo ciò che più si è desiderato e cercato nella vita, non può essere comunque abbastanza. È tragica la sorte di chi crede di essere invincibile, o forse semplicemente non ci pensa, sperando di essere immune alle disgrazie e le insidie che può riservare la velocità. Anche se poi forse, come dice il Dottor Renato Costa della clinica mobile, “i piloti ci parlano con quella donna vestita di nero”.

Ieri il circuito di Misano si è preso la vita di Shoya Tomizawa, un giapponese che come tanti aveva le moto nel suo destino. La gloria e la tragedia vanno di pari passo come se non si possa comprendere l’una senza per forza considerare anche l’altra. La ribalta, quella che Shoya aveva assaporato in Qatar entrando nella storia come primo vincitore di un gran premio di Moto 2, la Classe che da quest’anno sostituisce la 250, e la disfatta, nel giorno della sua morte in pista.

Un destino, quello di Tomizawa che nel 2003 aveva travolto anche il suo connazionale Daijiro Kato, morto nel circuito di Sukuza durante la gara inaugurale della Moto Gp.

Destino avverso che ha finito per coinvolgere anche chi involontariamente ha commesso il crimine, con l’unica colpa di trovarsi lì al momento sbagliato. Sicuramente Tomizawa si è portato via anche una parte di loro, di Scott Redding e di Alex De Angelis, che considerava il tracciato di casa una delle sue piste favorite e che ora probabilmente non riuscirà più a guardarlo con gli stessi occhi.

Si sa, è proprio ciò che amiamo di più a distruggerci, perché solo queste cose esercitano un grande potere su di noi, ma se non osassimo, perderemmo l’essenza di ciò che ci caratterizza. Senza voler per forza fare i moralisti, la gara di Moto 2 andava sospesa e il programma della Moto Gp annullato, ma in una vita sempre più frenetica in cui l’unico irrinunciabile e indispensabile criterio sembra essere “the show must go on”, non c’è più tempo nemmeno per l’umanità, né per il rispetto verso un ragazzo che muore in pista a soli 19 anni. Lo spettacolo ora si nutre anche della commozione degli altri, come a volerci insegnare quali sentimenti sia giusto provare in certe situazioni.

1 comentario:

  1. concordo su tutto quanto scritto.
    E tutto ciò mi ha riportato indietro nel tempo ad un famoso maggio 1985. Quando ci fu qualcuno capace pure di esultare.
    kno

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